La storia di Danila Iusco, Psicologa presso il Centro Regionale pugliese di riferimento per la F.C.

LE CICATRICI SONO IL SEGNO CHE È STATA DURA, IL SORRISO È IL SEGNO CHE CE L'HAI FATTA

“LE CICATRICI SONO IL SEGNO CHE È STATA DURA, IL SORRISO È IL SEGNO CHE CE L’HAI FATTA” Questa è una frase scelta dalla dottoressa Danila Rosa Iusco, Psicologa presso il Centro regionale pugliese di riferimento per la fibrosi cistica.
Oltre ai pazienti, abbiamo deciso di dare spazio e farvi conoscere meglio i professionisti che ogni giorno lavorano nei nostri reparti. Non attraverso un curriculum, ma attraverso i loro pensieri, le loro speranze e tutta la loro umanità. Leggiamo insieme la testimonianza della dottoressa Iusco:
Mi presento sono Danila Iusco, Danila Rosa Iusco in realtà, e sono la psicologa del Centro di Riferimento Regionale per la cura della Fibrosi Cistica del Policlinico di Bari.
Ho 46 anni e la prima volta che ho messo piede nel reparto di fibrosi cistica ne avevo solo 25.
Il mio percorso è stato molto lungo, a tratti un percorso ad ostacoli ma con la determinazione e la volontà che mi contraddistinguono alla fine ho ottenuto con tanti sacrifici il lavoro che sognavo fin da bambina. Chi sogna di lavorare in un ospedale? Chi da sempre ci ha vissuto.
Comunque, ad oggi mi sento una privilegiata per aver assistito ad un cambio epocale in quella che un tempo era conosciuta solo come una patologia pediatrica. Oggi a gran voce si può gridare che tanti passi in avanti sono stati fatti e tanti ancora se ne faranno per chi ancora lotta, aspetta e spera.
Sono stata spesso paziente, i miei pazienti lo sanno bene, abbiamo condiviso tante cose. Sono stata e sono un caregiver. Queste due cose insieme, mi hanno sempre insegnato a chiedermi di cosa i pazienti potessero avere bisogno, insegnato ad ascoltare quando io per prima non ero stata ascoltata, a sentire anche quello che i pazienti non dicono perché chi ha sofferto, lo sa, non è facile chiedere aiuto.
Quindi vi dico quello che cerco di fare io quando sono in reparto. Al netto della professionalità che ognuno di noi cerca sempre di portare impegnandosi al meglio, porto sempre un sorriso perché spesso è un atto di amore e di gentilezza che può cambiarti la giornata, a volte la vita. Quello che ho imparato è che, nonostante spesse volte i pazienti si chiedano se saranno mai accettati per la loro patologia, ho visto tanto amore in questi anni in questo reparto. Coppie stupende, affiatate, felici nonostante le difficoltà e genitori speciali, forti, presenti e positivi nonostante il dolore e la preoccupazione costante di avere un figlio malato. Ci sono tante storie e quello che noi possiamo e dobbiamo fare nel nostro piccolo è offrire la nostra competenza senza dimenticare che questa sarebbe nulla senza passione, compassione, accoglienza. I titoli di studio sono fondamentali e necessari, così come la formazione continua ma purtroppo non bastano da soli per essere dei bravi sanitari, perché non sono le uniche cose delle quali il paziente ha bisogno.
I colloqui più intensi della mia vita lavorativa li ho fatti stando in silenzio.
Il mio primo giorno in questo reparto è stato il 5 ottobre del 2005, come volontaria, il Dott. De Robertis è la ragione per la quale mi trovo qui oggi. Ero venuta a propormi come volontaria in oncoematologia pediatrica e lui dopo avermi indicato la persona alla quale poter chiedere informazioni, mentre scendevo le scale della clinica pediatrica per andare via mi richiamò dicendomi: “Ma tu, invece di andare in oncologia pediatrica non puoi venire in fibrosi cistica?”.
Da quel giorno la fibrosi cistica è diventata la mia seconda casa, a tratti anche la prima. La sua ultima comunicazione di diagnosi l’abbiamo fatta insieme, uno scricciolo di nome Ludovica. Poi ci ha “lasciati” e non è stato facile proseguire con la sua assenza così rumorosa in quei corridoi, ma lui era uno che anche di fronte al caso più difficile, non si arrendeva mai. E così ho continuato il mio cammino e quello che non dimenticherò mai, oltre la nostra amicizia, lui è stato il mio mentore, è l’amore profondo che lui aveva per il suo lavoro e per i suoi pazienti. Questo mi ha lasciato. Speravo avremmo lavorato insieme tutta la vita ma le cose, spesso vanno in maniera diversa da come le avevamo programmate o sognate. E allora non resta altro da fare che rimboccarci le maniche e continuare a lottare, a vivere, a sognare.
Concludo con una frase trovata su internet che racchiude perfettamente la mia vita e nella quale credo molti pazienti potranno ritrovarsi: “LE CICATRICI SONO IL SEGNO CHE È STATA DURA, IL SORRISO È IL SEGNO CHE CE L’HAI FATTA”